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Published: 2026-03-29 • DIMO

Kakistos

La cacocrazia o il momento in cui il peggio smette di squalificare

Ci sono epoche in cui le parole abituali non bastano più.

Parliamo di populismo, di autoritarismo, di crisi democratica, di brutalizzazione del dibattito pubblico. Tutti questi termini descrivono una parte del reale. Eppure nessuno coglie fino in fondo il meccanismo particolare a cui stiamo assistendo oggi. Per questo esiste una parola più rara, più antica, quasi dimenticata, che torna improvvisamente di un’attualità inquietante: la cacocrazia.

La parola viene dal greco kakistos, “il peggiore”. Designa il governo dei peggiori.

Non si tratta semplicemente di un potere mediocre, e ancor meno di una goffaggine passeggera da parte di dirigenti travolti dagli eventi. La cacocrazia comincia quando l’incompetenza, la grossolanità, il cinismo, il disprezzo per le istituzioni, l’indifferenza verso la verità e la volgarità morale cessano di essere difetti squalificanti per diventare, al contrario, mezzi di ascesa, di dominio e di fidelizzazione.

In altre parole, la cacocrazia non è soltanto un abbassamento del livello. È un’inversione dei valori.

In una simile configurazione, la volgarità diventa franchezza. L’ignoranza si veste dei panni della sincerità. L’aggressività passa per coraggio. L’attacco ai giudici, alla stampa, agli universitari, ai diplomatici, agli scienziati o ai funzionari esperti diventa un gesto di “liberazione”. La competenza, invece, diventa sospetta. La sfumatura viene derisa. La misura è percepita come debolezza. La stessa cortesia finisce quasi per apparire come una confessione di tradimento sociale.

Ed è così che il peggio avanza.

Avanza non perché convinca sempre sul piano intellettuale, ma perché stanca, stordisce, occupa tutto lo spazio, blandisce i risentimenti, sostituisce la riflessione con i riflessi e offre a chi dubita, soffre o si sente escluso l’illusione di una rivalsa simbolica. La cacocrazia prospera sull’esaurimento collettivo. Offre meno un progetto che uno sfogo, meno una direzione che una valvola di scarico, meno una politica che un permesso di disprezzare.

Qui bisogna essere precisi: la cacocrazia non distrugge anzitutto con la forza bruta. Distrugge abbassando i criteri di ciò che una società è disposta ad accettare al vertice.

Una democrazia entra in una zona di grande pericolo quando smette di chiedere a coloro che aspirano a guidarla: Che cosa sapete fare? Che cosa comprendete? Quali limiti rispettate? e comincia a preferire domande rancorose: Chi potete umiliare? Chi potete ridurre al silenzio? Chi potete scandalizzare al posto nostro?

Il sintomo più grave non è nemmeno la menzogna. La menzogna, in fondo, riconosce ancora che esiste una verità da travestire. Lo stadio successivo, molto più inquietante, è l’indifferenza alla verità.

Quando l’assurdo non scredita più.

Quando il grottesco non scandalizza più.

Quando una parola oggettivamente falsa, incoerente o oscena non è più un handicap ma una forza, perché dà ai suoi sostenitori la sensazione di trovarsi in una ribellione permanente contro un ordine odiato.

A quel punto, la cacocrazia non è più un rischio teorico. Sta già insediandosi nelle menti e poi nelle istituzioni.

Questa parola mi sembra oggi necessaria proprio perché manca in gran parte dei commenti sul nostro tempo. Vediamo i sintomi, ma esitiamo a nominare il meccanismo. Parliamo di questo o quell’eccesso verbale, di questa o quella provocazione, di questa o quella deriva istituzionale, di questo o quell’attacco ai contropoteri, di questa o quella stanchezza della verità. Ma vediamo più raramente che questi fenomeni non sono dispersi. Compongono una logica.

Questa logica è quella di un potere che trasforma la brutalità in energia, la trasgressione in metodo, la fedeltà cieca in qualità suprema, il frastuono in argomento e la semplificazione in visione del mondo.

La storia, certo, non si ripete mai in modo identico. Ma ci lascia dei punti di riferimento. E questi punti di riferimento sono preziosi, perché aiutano a riconoscere ciò che altrimenti potrebbe sembrare inedito e dunque incomprensibile.

L’imperatore Commodo, per esempio, non è soltanto una figura decadente della Roma imperiale. È uno dei simboli più netti del momento in cui il potere scivola dal governo allo spettacolo narcisistico. Erede di Marco Aurelio, trasforma poco a poco la dignità imperiale in una messa in scena di sé, umilia le istituzioni, governa nell’arbitrio e nella teatralizzazione, fino a finire strangolato da un uomo del suo entourage. Il dettaglio è spettacolare, quasi troppo perfetto per la storia, ma contiene una verità politica durevole: quando il potere diventa rappresentazione di sé stesso, prima o poi si consegna al disordine che ha esso stesso nutrito.

Rasputin, in un registro del tutto diverso, incarna un’altra faccia dello stesso male. Non più il capo che si trasforma in spettacolo, ma l’irruzione dell’irrazionale, della fascinazione opaca, della credenza personale e dell’influenza senza responsabilità nel cuore stesso del potere. Il suo ruolo nel discredito finale del regime zarista ebbe meno a che fare con una reale onnipotenza che con il simbolo in cui si trasformò: quello di un potere che preferisce le fedeltà torbide e le forze oscure alla competenza, alla chiarezza e all’autorità razionale.

Idi Amin Dada, da parte sua, rappresenta una forma quasi chimicamente pura di cacocrazia: la crudeltà mescolata al grottesco, l’arbitrio messo in scena, lo Stato trasformato in un teatro delirante della forza. Attraverso di lui si capisce che il ridicolo al potere non è mai innocuo. Quando si unisce alla violenza, diventa una delle forme più pericolose della distruzione politica.

Queste figure non appartengono né allo stesso secolo, né alla stessa cultura, né allo stesso sistema. E tuttavia condividono qualcosa di essenziale: in tutti questi casi, il problema non è solo morale. È strutturale. Il potere smette di selezionare i più capaci e comincia a promuovere i più servili, i più rumorosi, i più imprevedibili, i più cinici o i più abili nel blandire le passioni più basse.

È proprio questo che rende così inquietante il nostro momento storico.

Abbiamo sotto gli occhi, in diverse regioni del mondo occidentale e oltre, non soltanto la progressione di leader aggressivi o demagogici, ma la banalizzazione di una cultura del potere in cui essere più brutali, più primitivi, più provocatori, più ignoranti dei vincoli reali, più sprezzanti verso le forme democratiche e più ostili a ogni contraddizione diventa un vantaggio competitivo.

La scena americana rende oggi questo fenomeno particolarmente visibile, perché gli Stati Uniti danno ai loro scompensi una portata planetaria. Ma sarebbe troppo semplice, e persino troppo rassicurante, vedere in tutto ciò soltanto una patologia americana. Il problema è più vasto. Tocca una stanchezza generale della civiltà democratica, un logoramento della fiducia pubblica, un’impazienza verso la complessità e un desiderio crescente di capi che “spacchino tutto”, anche quando quel “tutto” comprende i contrappesi più necessari.

Qui entra in gioco forse il punto più essenziale: la cacocrazia non è semplicemente un regime. È una cultura politica.

Sa perfettamente usare ciò che funziona.

Sa che la provocazione cattura l’attenzione.

Sa che l’umiliazione salda un campo.

Sa che un dettaglio spettacolare colpisce più di una dimostrazione sottile.

Sa che l’eccesso produce commento e quindi centralità.

Sa che il cittadino saturo di informazioni, angosce e contraddizioni può finire per preferire un semplificatore brutale a un dirigente responsabile.

Sa, in definitiva, nutrirsi delle stesse debolezze dello spazio pubblico contemporaneo.

Per questo non basta denunciare la cacocrazia. Bisogna capirla. Bisogna nominarla. Bisogna descriverne il meccanismo con precisione sufficiente per uscire dal semplice riflesso morale. Perché se ci limitiamo a dire che tutto questo è “indegno”, “scioccante” o “scandaloso”, continuiamo a perdere una parte del problema. In gioco c’è qualcosa di più profondo: un’intera società può cominciare a trovare normale ciò che avrebbe dovuto allarmarla.

E la soglia critica è proprio qui.

Il pericolo ultimo non è soltanto l’arrivo dei mediocri al potere.

Il pericolo ultimo è anche il momento in cui il peggio smette di essere squalificante.

Il momento in cui la volgarità governa senza vergogna.

Il momento in cui l’ignoranza decide senza complessi.

Il momento in cui la provocazione prende il posto della politica.

Il momento in cui l’indebolimento delle istituzioni passa per forza.

Il momento in cui la distruzione dei riferimenti comuni viene applaudita come una vittoria contro le élite, mentre in realtà consegna le società a forme di dominio più arbitrarie, più brutali e soprattutto più vuote.

Resta allora una domanda: come si combatte la cacocrazia?

Naturalmente non esiste alcun rimedio universale. Una società non esce da un momento del genere con una formula magica, e ancor meno con un uomo provvidenziale. Ma esistono almeno alcune piste solide.

La prima consiste nel riabilitare i criteri che la cacocrazia si sforza precisamente di distruggere: la competenza, l’integrità, la responsabilità, la capacità di rendere conto, la fedeltà ai fatti e il rispetto dei limiti istituzionali. Là dove il peggio prospera, bisogna tornare a rendere desiderabile il meglio - e soprattutto di nuovo esigibile.

La seconda pista consiste nel proteggere senza cedimenti i veri contropoteri. Perché una democrazia non regge soltanto grazie alle elezioni, ma anche grazie a tutto ciò che impedisce a un vincitore elettorale di credersi proprietario dello Stato: una giustizia indipendente, organi di controllo, un’amministrazione professionale, una stampa libera e una società civile viva. È spesso proprio lì che la cacocrazia attacca per prima, perché sa che la concentrazione del potere comincia sempre con la degradazione di ciò che le resiste.

La terza pista riguarda l’informazione. Non si combatterà la cacocrazia se si accetta che lo spazio pubblico resti consegnato alla confusione, alla saturazione emotiva e all’equivalenza permanente tra vero, falso e spettacolare. Occorre difendere un ecosistema informativo più sano: media indipendenti, una maggiore leggibilità dei fatti, una parola pubblica fondata su prove verificabili e uno sforzo molto più serio di cultura critica contro la disinformazione.

Infine, bisogna restituire presa ai cittadini ordinari. La cacocrazia prospera sull’umiliazione, sull’impotenza e sul sentimento di abbandono. Arretra quando le istituzioni tornano a essere leggibili, quando la parola civica non è solo tollerata ma strutturata, quando le decisioni vengono spiegate meglio e quando i servizi pubblici sono più affidabili, più giusti e più reattivi. In altre parole, non la si combatte solo con grandi principi, ma anche con una democrazia più concreta, più vicina e più credibile.

La cacocrazia non è dunque una fatalità. Ma non sarà sconfitta con altro rumore, né imitando i suoi metodi. Arretrerà soltanto se intere società torneranno a considerare che la verità conta, che la competenza conta, che la dignità delle forme conta, e che la libertà non sopravvive a lungo quando tutto ciò che la protegge viene deriso, svuotato o metodicamente indebolito.

Questo è il momento che stiamo attraversando. Ma nessun momento storico è condannato per natura a durare.

E se la parola cacocrazia appare insolita, è solo perché nomina con una precisione inconsueta qualcosa che molti percepiscono senza ancora riuscire a qualificarlo chiaramente: non siamo semplicemente di fronte a dirigenti discutibili; siamo in un’epoca in cui il peggio impara a farsi passare per la norma.